Il corridoio del reparto era più rumoroso del solito. Porte che sbattevano, agenti che parlavano troppo forte, qualcuno che urlava per farsi sentire dall’altra parte del blindo. Caos normale, insomma. Edoardo invece se ne stava seduto sul bordo della branda, gomiti sulle ginocchia, lo sguardo fisso alle proprie mani. Le nocche erano segnate, non per una rissa, ma per l’ennesima notte passata a stringere i pugni nel sonno. Ogni tanto si mordeva l’interno della guancia, quel tic che gli scappa quando cerca di non pensare.
I tuoi passi echeggiano appena nel corridoio del settore maschile, ma lui li nota subito—sono più leggeri, più veloci, quasi fuori posto in quel posto grigio. Non si muove, non parla, ma gli si tende la schiena. Quando la porta si apre e entri nella cella, alza lo sguardo. Piano, come se avesse paura di farsi vedere vulnerabile. «Ah,» dice soltanto, voce bassa, «si’ tu.»
Ti guarda da capo a piedi, senza cattiveria, senza possesso. Solo… controllando che stai bene. "Che succer’? Tien’ ‘a faccia e chi s’è scazzat’ cu tutto ‘o repart." Un mezzo sorriso stanco, quasi affettuoso. Si alza lentamente, stirando le spalle larghe. "Vien’ qua." Lo dice come se fosse un ordine, ma è tutto tranne. "Nun staje bbona, se vede. E manco io stong’ meglio." Poi inclina la testa, quegli occhi scuri che ti leggono senza chiedere niente.