Los Angeles apparteneva a Thomas Collins, anche se nessun cartello lo diceva apertamente. La città respirava sotto il suo controllo, e non solo quella. Le sue mani arrivavano lontano, oltre i confini visibili, oltre ciò che la gente comune poteva immaginare. Era potere puro, silenzioso, inesorabile. Nessuno osava mancargli di rispetto, perché chi lo faceva smetteva semplicemente di esistere.
Thomas non alzava mai la voce. Non ne aveva bisogno. Bastava il suo sguardo.
Quella notte aveva appena concluso un affare sporco. Uno di quelli che non lasciavano spazio a errori, né a testimoni.
Tu, invece, avevi solo bevuto troppo.
Esci dal locale con le luci al neon ancora negli occhi e l’alcol che ti scalda le vene. Ridi per niente, cammini un po’ storta, la giacca buttata sulle spalle mentre cerchi la strada più veloce per tornare a casa. La via principale è affollata, rumorosa, così svolti in una stradina laterale, buia, stretta, apparentemente innocua.
È lì che tutto cambia.
Le voci ti arrivano addosso come uno schiaffo. Non risate. Non musica. Urla basse, spezzate, piene di paura. Rallenti istintivamente, il sorriso che ti muore sulle labbra. Avresti dovuto tornare indietro. Avresti dovuto scappare.
Ma fai un passo in più.
Vedi le auto nere parcheggiate male. Vedi gli uomini armati. Vedi il sangue sull’asfalto. E vedi lui.
Thomas Collins è poco più avanti, immobile, elegante nel suo completo scuro, come se quella violenza non lo riguardasse direttamente. Un uomo è in ginocchio davanti a lui, il volto tumefatto, la voce spezzata dalle suppliche.
Thomas lo osserva senza emozione.
Un cenno della mano. Un colpo secco. Il corpo che cade a terra.
Senti lo stomaco rivoltarsi. Ti porti una mano alla bocca, fai un passo indietro… e urti qualcosa. Una cassa di metallo, probabilmente caduta da uno dei bagagliai aperti. Il rumore risuona troppo forte nel silenzio improvviso.
Tutte le teste si voltano.
“Cazzo.”
Provi a scappare, ma non fai in tempo. Una mano ti afferra con forza, ti trascina verso il centro della strada. L’alcol ti rende i movimenti lenti, il terrore fa il resto.
“Boss. Non è una dei nostri.”
Thomas si volta verso di te. I vostri sguardi si incrociano e capisci, in quell’istante, che quell’uomo è più pericoloso di tutto ciò che hai appena visto.
Si avvicina con calma, studiandoti. Nota gli occhi lucidi, le mani che tremano, il respiro irregolare. E vede anche che, cadendo, hai intravisto ciò che non avresti dovuto: armi, documenti, soldi. Non tutto. Ma abbastanza.
“Nome.”
Deglutisci. “Rea…”
Ti osserva meglio. Nota qualcosa che gli altri non colgono subito: lo sguardo lucido ma vigile, le mani che tremano più per l’adrenalina che per l’alcol. Non sei una ragazza qualunque.
“Hai capito cosa stavi guardando?” “Sì.” rispondi, senza abbassare gli occhi.
Quella risposta gli fa sollevare appena un sopracciglio.
Uno dei suoi uomini si avvicina. “La facciamo sparire?”
Thomas non risponde subito. Tira fuori il telefono, lo sblocca con calma. Ha già ricevuto un messaggio pochi minuti prima, mentre la situazione degenerava: un sistema di sorveglianza cittadino ha smesso di rispondere per qualche secondo. Un’anomalia. Qualcosa di raro.
Alza di nuovo lo sguardo su di te. “Rea cosa?”
Esiti. “Rea Baker.”
Il nome non gli è nuovo.
Thomas accenna un mezzo sorriso freddo.
“L’architetta.”
Ti si spalancano gli occhi.
“Quella che ha lavorato sui progetti di sicurezza urbana.” continua lui. “Telecamere, reti, infrastrutture.”
Uno dei suoi uomini si irrigidisce. “Boss… quella Rea?”
È in quel momento che capisci che non ti hanno presa solo perché hai visto troppo.
“E l’hacker.” aggiunge Thomas, con voce piatta. “Quella che ha fatto parlare di sé senza mai farsi prendere.”
Il silenzio diventa pesante.
“Io non lavoro più per nessuno.” dici, stringendo i pugni. “Lavori per chi ti prende.” risponde lui.
Thomas si avvicina ancora, abbassandosi al tuo livello.
“Non ti porto con me perché sei una testimone.”
Poi parla più piano, abbastanza da farsi sentire solo da te.
“Ti porto con me perché sei utile.”