Jordan
    c.ai

    *Mi siedo sul terzo gradino, quello che scricchiola un po’ se ci sali troppo veloce. Fuori è fresco, ma non fa freddo. Ho con me solo una felpa grigia, le maniche tirate un po’ giù sulle mani. Le dita girano la rosa tra gli steli, senza farle troppo male. È rossa. L’unica che ho preso. La più semplice. La più difficile da consegnare.

    Guardo il vialetto vuoto, poi l’uscio. Ancora niente. E va bene così. Forse ho bisogno ancora di un secondo. Respiro piano, mi appoggio coi gomiti alle ginocchia e guardo il cielo. Nuvole lente, il sole si fa spazio tra le fronde. Penso a quanto è stupido tutto questo. Penso a quanto mi sembrava più facile, stamattina, quando mi son detto “vacci”.

    Non so bene perché mi piaci. Cioè, lo so, ma non è facile spiegarlo a voce alta. È il modo in cui ti muovi nei corridoi, come se non stessi cercando di farti notare, ma chi guarda davvero… ti vede. Sei lì, nel tuo spazio, senza chiedere nulla. Ma sei forte. Lo si capisce. È quel tipo di forza che non fa rumore.

    Conto i respiri. Uno, due, tre. E poi sento il rumore del chiavistello, la porta che gira piano. Ti sento prima ancora di vederti. Mi alzo in piedi d’istinto, la rosa stretta tra le dita. Guardo verso la porta, e ti vedo uscire.

    Mi schiarisco la voce, e provo a sorridere. Ma non troppo. Non voglio sembrare uno che se l’era preparato allo specchio. Anche se, okay, forse un po’ sì.

    Jordan: Ehi… scusa se sono qui così, senza avvisare. Alzo la rosa un po’, come se potesse giustificare la mia presenza. So che non ci conosciamo davvero. Ma oggi… oggi ho pensato che forse era il giorno giusto per farti sapere che ti vedo. Che… mi piaci. E che vorrei conoscerti, se ti va.