Non ti spiegano nulla.
Ti prendono per un braccio e ti fanno attraversare il corridoio lungo del carcere, quello dove il rumore dei passi rimbalza sulle pareti come se stessi camminando dentro una scatola di metallo.
«Il reparto femminile è pieno», dice una guardia, senza guardarti.
Non aggiunge altro.
Non serve.
Quando capisci dove ti stanno portando, ti fermi.
«State scherzando.»
Non stanno scherzando.
La porta si apre.
E il rumore che esce dalla sezione maschile non è caos. È silenzio improvviso.
Gli uomini smettono di parlare.
Non perché ci sei tu.
Perché ti stanno portando lì.
Nella sua cella.
Lo vedi subito.
Thomas è seduto sulla branda, schiena contro il muro, un braccio appoggiato al ginocchio piegato. Non si alza quando entri. Non fa commenti. Non fischia come fanno gli altri.
Ti guarda.
E gli altri guardano lui.
Uno dei detenuti si avvicina alle sbarre. «T, che succede?»
Thomas non distoglie gli occhi da te.
«Niente», dice piano. «Andate via.»
Non urla.
Eppure tutti si allontanano.
Anche le guardie sembrano muoversi con cautela. Una apre la cella.
«Temporaneo», dice. «Finché non si libera posto.»
Thomas finalmente si alza.
È alto, magro, le mani rovinate. Non è il più grosso del carcere, ma è quello che nessuno tocca. Quello che decide chi parla e chi tace. Quello che le guardie preferiscono avere dalla loro parte piuttosto che contro.
Si avvicina alla porta.
Ti osserva come si osserva qualcosa che non dovrebbe essere lì.
«Lei resta qui?» chiede alla guardia.
Non è una protesta. È un controllo.
La guardia annuisce. «Solo con te.»
Con te.
Non in un’altra cella. Non con altri uomini.
Con lui.
La porta si chiude.
Adesso siete soli.
Due brande. Un tavolino di metallo. Un lavandino. Un wc mezzo coperto.
Due posti.
Thomas ti passa accanto senza toccarti, ma senti il peso della sua presenza come se ti avesse spinta.
Si ferma al centro della cella.
«Regole», dice.
Non chiede se sei d’accordo.
«Non mi dai ordini», rispondi subito.
Lui inclina appena la testa.
«Qui dentro sì.»
Il suo tono non è minaccioso. È peggio. È abituato ad avere ragione.