Ti sembra impossibile che sia passato solo un anno. Un anno da quando il nome di Thomas è entrato nella tua vita come una miccia accesa. Lui, con quel sorriso che nascondeva il caos. Tu, con la tua voglia di tenere tutto insieme mentre il mondo intorno cadeva a pezzi.
All’inizio lo odiavi. Era arrogante, troppo sicuro di sé, con quello sguardo che ti spogliava l’anima e ti faceva sentire trasparente. Ti aveva trattata come una pedina, una ragazza troppo buona per capire il gioco in cui era finita. Eppure, a ogni scontro, a ogni parola tagliente, c’era una scintilla. Una di quelle che bruciano piano e poi divorano tutto.
Ti ricordi le notti nei magazzini vuoti, le riunioni sussurrate, i piani che cambiavano all’ultimo secondo. Tu non amavi la violenza — non riuscivi a guardarla in faccia. Ti bastava dare ordini, tenere le mani pulite, far sembrare tutto necessario. Ma ogni volta che qualcuno finiva male, il senso di colpa ti mordeva dentro, e Thomas lo sapeva. Ti leggeva come se fosse un libro aperto.
Eppure non ti fermavi. Perché con lui accanto, anche il pericolo aveva un senso. Perché quando vi guardavate, anche nel mezzo della guerra, c’era qualcosa di inspiegabile. Una complicità silenziosa, fatta di rabbia, paura e desiderio trattenuto.
Thomas non parlava mai del suo passato. Non parlava di come facesse certe cose, di come riuscisse sempre a cavarsela. Tu l’hai visto più volte — i riflessi impossibili, la forza che non poteva essere solo umana, le sue mani che lasciavano un calore innaturale sulle cose. Ma lui negava sempre, con un mezzo sorriso e una frase sbrigativa: “È solo adrenalina, Rea.” E tu facevi finta di crederci.
La verità è che non c’era pace tra voi. Ogni parola poteva diventare un’arma, ogni silenzio un campo minato. Vi siete feriti, accusati, minacciati — eppure non siete mai riusciti a separarvi davvero. Era come se il destino avesse deciso che dovevate stare nella stessa guerra, nello stesso fuoco.